Istriani a Trieste

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08/09/2024

OTTANTUNO ANNI FA L’ARMISTIZIO CHE SANCÌ LA MATTANZA DEGLI ITALIANI AL CONFINE ORIENTALE

Cari Amici,
la fine dell’estate coincide con un anniversario che in pochi ritengono ancora di dover ricordare seriamente, cosa che invece noi vogliamo continuare a fare, senza infingimenti e scoloriture di sorta.

Sono trascorsi esattamente ottantuno anni da quel giorno in cui alle ore 19.42 dai microfoni dell’EIAR il maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio, proclamava l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile (in realtà, una resa senza condizioni), firmato con gli anglo-americani cinque giorni prima.

Con queste testuali, oscure ed incomprensibili parole udite alla radio, si dette inizio allo scioglimento delle istituzioni dell’Italia di allora: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

E fu il disastro!

Soprattutto al Confine orientale, dove salvo rari esempi di coerenza e di senso del dovere, pressoché tutti i presidi militari dell’esercito svanirono in poche ore, lasciando la popolazione completamente abbandonata a se stessa.

La presa del potere da parte dei partigiani (tra i quali, oltre agli slavi locali, vi figurano alcune centinaia di italiani rinnegati del posto) – poi interrotta dall’occupazione tedesca della Venezia Giulia che si completerà a metà ottobre – riesce in pochi giorni a fare una vera e propria carneficina, con qualche migliaio di persone prelevate dalle proprie case, arrestate, accusate di reati inesistenti e sommariamente giustiziate; tra queste molte sono donne e diversi i ragazzini.

Seguendo l’esempio del Re che fugge da Roma, anche in Istria molti di coloro che avevano il dovere di non abbandonare il campo, almeno per senso civico nei confronti della popolazione civile, si dileguarono secondo la logica del “tutti a casa”.

Le prime città a cadere o, meglio, ad essere consegnate nelle mani dei ribelli senza nemmeno una fievole resistenza da parte dei comandanti militari presi alla sprovvista ed impauriti dal badogliano annuncio furono, tra il 9 e l’11 settembre, Parenzo, Pisino ed Albona.

Nella città del vescovo Eufrasio carabinieri e soldati del battaglione comandato dal colonnello Antonio Baraja abbandonano le caserme. A Pisino, che pagò il prezzo più alto, il colonnello Angelo Scrufari, comandante del presidio, fugge dopo aver consegnato la città (che diventerà il centro organizzativo di tutte le operazioni militari, politiche e di polizia e sede del comando operativo dell’Istria dei partigiani) ai titini in barba alle invocazioni dei cittadini che, ben consci del pericolo, chiedono di poter disporre delle armi per difendersi da soli! Ad Albona, il controverso comandante del presidio, il colonnello Vincenzo Bonisconti, nonostante disponesse di milletrecento uomini ben armati e forniti di autoblinde, cannoni e mitraglie, e di viveri sufficienti per resistere un lungo periodo, preferisce trattare (in segreto) la resa dei militari, fuggendo tre giorni dopo in automobile all’insaputa della cittadinanza che in lui confidava. Certo, soltanto dopo si seppe che i partigiani del circondario avevano preso sua figlia come ostaggio.

Anche a Fiume, dove aveva sede il Comando Generale, il 10 settembre il generale comandante risultava già irreperibile; dalle testimonianze risulta che fu proprio lui, ad un certo punto, senza opporre resistenza, a dare l’ordine ai soldati di lasciare entrare i partigiani che premevano per occupare la città.

L’istriano Manlio Granbassi, inviato speciale del quotidiano Il Piccolo sul posto, nel mese di ottobre 1943 annotava: “Merita scorrere il diario di queste funeste giornate di settembre, che abbiamo potuto ricostruire interrogando il maggior numero possibile di testimoni oculari, scartando voci e dicerie, per renderci conto di come non esistano attenuanti nelle colpe di chi, dimenticando il senso dell’onore e del dovere, si preoccupò della propria miserabile persona anziché delle vite a lui affidate”.

Noi non intendiamo certo criminalizzare il comportamento di allora dei capi militari locali nella difficile situazione in cui vennero a trovarsi, però evidenziare – questo sì – che l’unica, prima difesa della popolazione civile in Istria, in quei giorni, si è avuta per iniziativa di semplici cittadini (molte furono le “donne-coraggio”, ancora oggi quasi del tutto ignorate, che specialmente in diverse piccole località dell’interno non si persero d’animo e coordinarono una vera contro resistenza ai partigiani!) e solo successivamente attraverso l’organizzazione di formazioni volontarie paramilitari.

Di questo triste e vergognoso periodo di “guerra totale”, sono due le verità scomode, scomodissime, che vanno assolutamente evidenziate e, come tali, necessariamente ricordate: la prima riguarda la corresponsabilità oggettiva dei comunisti istriani nella mattanza di centinaia di loro concittadini italiani nel bimestre settembre-ottobre 1943, ma soprattutto il loro attivo ruolo e decisivo sostegno all’annessione dell’Istria, di Fiume e di Zara alla Jugoslavia; non va dimenticato che tra essi, due figure di primo piano, in particolare, hanno inciso in questo senso: si tratta dei compagni Aldo Negri e Pino Budicin. Essi, partecipando direttamente alla stesura delle famigerate “Decisioni di Pisino”, con le quali il costituito comitato popolare per la liberazione dell’Istria decretava la fine della sovranità italiana, l’espulsione degli italiani e l'annessione dei territori alla Croazia comunista jugoslava, verranno poi cooptati nello ZAVNOH (il Consiglio territoriale antifascista di liberazione popolare della Croazia) in “rappresentanza” delle popolazioni italiane!

La seconda verità, piaccia o non piaccia, è che bisogna riconoscere che furono i tedeschi ad interrompere, nei primi giorni di ottobre di quel terribile anno, gli arresti e le barbare uccisioni di massa compiuti giornalmente dai partigiani comunisti.

Ma c’è una terza verità che, a distanza di ottant’anni, quando oramai quasi tutti i testimoni ed i protagonisti dell’epoca stanno scomparendo, stenta ancora a saldarsi e va pertanto con forza ribadita: la premeditata e poi attuata pulizia etnica.

Nel contesto storico qui brevemente analizzato, le Foibe si concentrarono in due periodi ben precisi: in Istria dopo l’8 settembre 1943 e fino alla rioccupazione tedesca di inizio ottobre, e a Trieste e Gorizia dal 1° maggio 1945 per 42 giorni. Il terrore slavo in quel periodo dura quindi in totale meno di tre mesi, sufficienti però a provocare migliaia e migliaia di morti. E’ chiaro che una simile mattanza non poteva essere il frutto di una semplice jacquerie, figlia di contadini slavi “ribellatisi contro i padroni italiani” e di giustizia nei confronti dei “criminali fascisti e dei loro collaboratori”.
L’occultamento dei cadaveri e la lunga negazione di qualsiasi violenza etnica perpetrata dai partigiani prova inconfutabilmente, una volta di più, che il fine del progetto politico di Tito non fosse soltanto quello di un’annessione violenta e repressiva della Venezia Giulia, ma soprattutto quello della snazionalizzazione di queste terre, facendo semplicemente sparirne gli abitanti.

E, come confessò Milovan Đilas, braccio destro di Tito, nell’autunno del 1991, tentando di ripulirsi la coscienza prima di incontrare il Signore: “così fu fatto!”.

L’8 settembre fu la morte della Patria, come titolano in questi giorni molte riviste? Le risposte sono molteplici e tutte politiche. Se dovessimo, noi Istriani, dare un giudizio su quello che ci capitò, la risposta è una sola: quel giorno segnò per noi davvero l’inizio della fine di tutto!

Una preghiera oggi per tutti i nostri Infoibati.

17/08/2023

Oggi 18 agosto ricordiamo con dolore le vittime della strage di Vergarolla!

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