25/10/2026
🇮🇹 Seconda parte: L'era del Biscione rampante, dalla "Fidanzata d'Italia" all'inferno del Turbo
Il ritiro ufficiale dalla Formula 1 alla fine del 1951, da campioni del mondo in carica, non spegne l'anima da corsa dell'Alfa Romeo. Gli anni cinquanta segnano una profonda trasformazione aziendale con il passaggio alla grande produzione di serie, ma la pista rimane il laboratorio naturale del Portello. È in questo nuovo clima che nel 1952 nasce la futuristica 1900 C52, ribattezzata da tutti "Disco Volante" per le sue linee aerodinamiche rivoluzionarie sviluppate con la carrozzeria Touring. Questa vettura, concepita per le grandi corse di durata del dopoguerra, si rivela un paradosso affascinante: un potenziale velocistico straordinario (oltre 220 km/h) frenato da una forte instabilità aerodinamica sui lunghi rettilinei. Pur correndo pochissimo e rimanendo un modello sperimentale ( capace comunque di influenzare il design mondiale e affascinare star come Steve McQueen ) la sua eredità tecnica si riversa nella poderosa 6C 3000 CM. È proprio con questa evoluzione che il leggendario Juan Manuel Fangio compie un'impresa epica alla Mille Miglia del 1953, conquistando un clamoroso secondo posto assoluto guidando l'ultima parte di gara con una sola ruota anteriore direzionale a causa della rottura di un braccetto dello sterzo, per poi trionfare pochi mesi dopo al Gran Premio Supercortemaggiore di Merano.
Parallelamente a queste splendide digressioni da pista, l'Alfa Romeo compie il suo grande miracolo commerciale e sportivo con la nascita della Giulietta.
Nel 1957 debutta la leggendaria Giulietta TI 1.3 (Turismo Internazionale). Con questa vettura, il Biscione inventa la formula magica dell'auto di famiglia che vince le corse: una berlina compatta, accessibile, spinta da un gioiello di motore bialbero da 1290 cm³ capace di toccare i 155 km/h. La TI diventa immediatamente la regina incontrastata delle gare di velocità, delle cronoscalate e dei rally di tutta Europa, umiliando vetture di cilindrata molto superiore.
La massima espressione agonistica di questa famiglia si materializza nel 1960 con la Giulietta SZ (Sprint Zagato). Questa sublime ed essenziale berlinetta da competizione, caratterizzata dalla carrozzeria in alluminio battuta a mano da Zagato, pesa meno di 800 kg e, grazie al motore potenziato a 100 CV e all'aerodinamica evoluta (culminata nella celebre versione "Coda Tronca" del 1961), supera i 200 km/h con un motore di soli 1.3 litri.
La SZ instaura una vera e propria dittatura sportiva internazionale, dominando in circuito, nei rally (come la Coupe des Alpes) e conquistando il Campionato Mondiale Costruttori GT classe 1.3 nel 1962 e nel 1963.
Nel 1963, raccogliendo questo immenso testimone vittorioso, debutta la Giulia TI Super. Costruita in soli 501 esemplari per l'omologazione sportiva, la "Quadrifoglio" esaspera i concetti della Giulietta, alleggerendo la scocca e portando il motore a 112 cavalli per continuare a dominare le categorie Turismo. Questo eccezionale successo di pubblico e piloti spinge il marchio a fondare, nello stesso anno, l'Autodelta sotto la guida dell'ingegnere ex Ferrari Carlo Chiti. La struttura diventa l'officina dei miracoli di Arese, dando vita alle leggendarie Giulia GTA (Gran Turismo Alleggerita). Con la carrozzeria in Flymax e il motore Twin Spark, la GTA fa tabula rasa nei campionati turismo europei, vincendo centinaia di gare e diventando un mito assoluto.
Forti di questo dominio, Chiti e l'Autodelta decidono di alzare l'asticella per sfidare Porsche e Ferrari nelle maratone di durata, dando vita alla dinastia della Tipo 33. L'evoluzione di questo progetto porta alla nascita della 33 TT12 e della 33 SC12, spinte da un monumentale motore a 12 cilindri con architettura a V di 180 gradi (a cilindri contrapposti) da oltre 500 cavalli. Nel 1975 e nel 1977, l'Alfa Romeo sale sul tetto del mondo conquistando il Campionato Mondiale Marche, dimostrando che l'ingegneria milanese è ancora il punto di riferimento assoluto per prestazioni e affidabilità nelle corse di resistenza.
Il richiamo della massima serie diventa a quel punto irresistibile. Dopo aver fornito i propri motori alla Brabham, il Biscione decide il grande ritorno come costruttore totale in Formula 1 alla fine del 1979 con la Alfa Romeo 177, seguita dalla celebre 179 spinta dal potentissimo motore V 12.
Gli anni ottanta si aprono con l'Alfa nel ruolo di scuderia ufficiale d'assalto, capace di schierare piloti del calibro di Bruno Giacomelli, Andrea De Cesaris e Riccardo Patrese. Rimangono scolpite la pole position di Giacomelli a Watkins Glen nel 1980 e i podi conquistati da De Cesaris nei primi anni ottanta con la 182 e la 183T, quest'ultima dotata del rabbioso motore V8 Turbo, che incarnava perfettamente la furente era dei motori sovralimentati.
Contemporaneamente, l'Alfa Romeo continua a dominare le piste con le vetture derivate dalla produzione. È l'era dell'Alfetta GTV6 che, spinta dal mitico motore V6 Busso da 2,5 litri, conquista quattro titoli costruttori consecutivi nel Campionato Europeo Turismo (ETCC) tra il 1982 e il 1985, dimostrandosi un'arma letale anche nei rally del Campionato del Mondo, dove ottiene storiche vittorie di classe al Rally di Sanremo e al Tour de Corse.
Sebbene i cambi di gestione abbiano poi spinto il marchio a chiudere il programma di F1 a metà decennio, gli anni ottanta si chiudono con un ultimo, leggendario sussulto ingegneristico: lo sviluppo del motore V1035, il primo propulsore a 10 cilindri della Formula 1 moderna, rimasto come un meraviglioso manifesto dell'eccellenza motoristica milanese.
La storia continua ci vediamo al terzo appuntamento
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