European Patrol Boats

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04/09/2026
03/09/2026

UN MILIONE DI BOMBE SPECIALI USA IN FONDO ALL’ADRIATICO E AL TIRRENO

Sul belpaese incombe una catastrofe ambientale con cui bisogna fare i conti. Ecco il segreto dei segreti: nel 1943 gli “alleati” angloamericani sbarcarono in Italia un arsenale proibito di armi chimiche, non le usarono affondandole nel Mare Adriatico (Golfo di Manfredonia) e nel Mar Tirreno (Golfo di Napoli e dinanzi all’isola di Ischia) al termine del secondo conflitto mondiale. Negli anni ‘90 la guerra in Jusoslavia determinò lo scarico di migliaia di bombe radioattive da Grado a Santa Maria di Leuca, sganciate dai velivoli di rientro in Italia dopo i bombardamenti nei Balcani. A conti fatti: più di un milione di bombe chimiche e radioattive, senza contare quelle convenzionali imbottite di tritolo.

I documenti storici dell’US Army sepolti dal segreto militare anglo-americano imposto da Eisenhower e Churchill parlano chiaro, basta compulsarli a dovere. Quelle bombe caricate con aggressivi chimici erano armi proibite dalla Convenzione di Ginevra del 1925, ma il generale statunitense Eisenhower si giustificò nel 1949 sostenendo che erano state stivate «nell’incertezza delle intenzioni tedesche sull’uso di quest’arma».

Non a caso il bombardamento del porto di Bari del 2 dicembre 1943 è stato definito la Pearl Harbour italiana. 105 aerei della Lutwaffe alle 19,30 piombarono sulla città e in una pioggia di fuoco riuscirono ad affondare 17 navi, ne danneggiarono gravemente 8 ed il porto venne quasi completamente distrutto. Si registrarono ingenti perdite tra i militari alleati e i civili italiani. I danni maggiori arrivarono dal carico di iprite della nave americana John Harvey. Ogni bomba, che era lunga quasi 120 centimetri, conteneva circa 30 chilogrammi di questo gas tossico e vescicante. Sommozzatori e palombari italiani che operarono a costo della salute e della vita dal 1947 al 1953, recuperarono 20 mila bombe speciali nell’area portuale e le affondarono a poca distanza dalla costa. Non è tutto. Anche altre navi USA come la John Motley erano cariche di iprite, mentre quelle inglesi contenevano bombe della RAF con fosforo e acido clorosolforico, cloripicrina e cluoruro di cianogeno.

Un altro grave episodio, ignoto alla storiografia è l’esplosione avvenuta sempre nel porto di Bari il 9 aprile 1945 – a guerra ormai finita in Italia – della nave statunitense Charles Henderson, che aveva a bordo un carico di bombe all’iprite variamente assortite.

Carta canta. Anche l’archivio storico della Marina Militare italiana è una fonte di inedite rivelazioni che fanno luce sul più grave disastro chimico della seconda guerra mondiale, tenuto nascosto alla popolazioni italiana dalle autorità italiane. Le conseguenze sono incalcolabili, ma i governicchi tricolore hanno fatto sempre finta di niente.

In ogni caso, vale il principio internazionale “chi inquina paga”. Tocca a Washington e Londra pagare il conto, a noi esigerlo senza compromessi.

riferimenti:

Gianni Lannes, BOMBE A… MARE!, Nexus Edizioni, Padova, 2017 (di prossima pubblicazione).

02/09/2026

The USS Abraham Lincoln has finally docked in Thailand after a punishing, marathon deployment—its first full port stop after 286 days at sea. And the ship’s appearance tells a story Washington cannot spin away: a hull streaked with conspicuous rust, a crew pushed past reasonable limits, and a Navy being forced to patch together money to sustain operations.

The Lincoln reportedly spent more than 250 consecutive days at sea supporting combat operations in the Middle East. Its roughly 5,000 sailors and service members endured a deployment so prolonged that reports raised concerns about crew welfare and mental-health strain. Recent images and firsthand accounts of filthy, mold-prone living conditions only make the point clearer: the people charged with defending this country are being asked to live and work under conditions that should outrage every American.

Meanwhile, documents and officials describe a Navy so financially strained that money allocated to personnel payroll was temporarily shifted to cover immediate overseas contingencies, with the expectation that it would be backfilled so sailors could still be paid on time. Read that again: the Navy has reportedly had to move money from payroll accounts to keep operations going. A Navy spokesperson says it is actively managing resources and that operations and maintenance funds are not depleted—but no functioning military should be normalizing this kind of financial triage.

Rust on the Lincoln is not the whole crisis. It is the visual symbol of it.
Worn-down ships. Exhausted sailors. Alarming reports of su***de and deteriorating conditions. A service scrambling for money. Senior military leadership destabilized in the middle of sustained overseas operations.

Twenty months into Trump and Hegseth’s stewardship, this is the military they have produced: overextended, under-maintained, financially strained, and stripped of institutional leadership.

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