31/05/2026
Ci sono giorni in cui essere italiani significa lamentarsi del traffico, del bollo, dell’INPS e del fatto che al bar il cornetto alla crema costi ormai come una frizione Sachs.
Poi ci sono giorni come questo.
Mugello. Colline toscane, bandiere ovunque, gente che urla come se stesse assistendo alla resurrezione del carburatore. E davanti a tutti Marco Bezzecchi. Italiano. Su Aprilia. Italiana. Che vince in casa, nel posto dove anche l’asfalto sembra avere il passaporto tricolore.
Già così sarebbe abbastanza per stappare qualcosa di serio. Ma no, perché il motorsport, quando vuole, sa ancora scrivere sceneggiature che Netflix può solo guardare in silenzio.
A sbandierare c’è Kimi Antonelli, cioè il futuro italiano della Formula 1 che saluta il presente italiano della MotoGP. Una specie di passaggio di testimone patriottico, ma con più cavalli, più rumore e decisamente meno retorica da cerimonia comunale.
E poi il casco. Quello dedicato ad Alex Zanardi. Non una grafica furba, non marketing emotivo da quattro adesivi messi lì per far piangere LinkedIn. Un omaggio vero, pesante, a uno di quelli che ha spiegato al mondo che gli italiani, quando cadono, a volte non si rialzano: ripartono più forte.
Bezzecchi, Aprilia, Mugello, Kimi, Zanardi.
Cinque parole che oggi bastano per ricordarci una cosa semplice: possiamo essere un Paese complicato, litigioso, tragicomico e amministrativamente ingestibile.
Ma quando mettiamo insieme talento, cuore e motori, il resto del mondo può solo togliersi il cappello.
O almeno il casco.
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